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Blog in solidarietà con i compagni di Roma di Euskal Herriaren Lagunak/Amici del Paese Basco: per la democrazia e la pace, per l'indipendenza e il socialismo. Per contatti: ehlagunakroma(A)libero.it

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domenica, novembre 22, 2009

La sinistra abertzale non è nata per resistere, è nata per vincere.

 Discorso di Arnaldo Otegi per illustrare l'iniziativa che sta conducendo la sinistra indipendentista al fine di rilanciare un processo di risoluzione del conflitto in Euskal Herria
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venerdì, novembre 20, 2009

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giovedì, novembre 19, 2009

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martedì, novembre 17, 2009

Intervista a Rufi Etxeberria - parte II

"Unire le forze indipendentiste e sovraniste per condurre Euskal Herria verso uno scenario democratico"

Dopo la sua liberazione lei ha invitato tutte le parti politiche a farsi promotrici di una nuova pratica politica. Su cosa dovrebbe essere basata?

            La sinistra abertzale parte dalla constatazione che la cittadinanza basca non vuole che il conflitto si perpetui e che esiste una domanda di azione politica generalizzata al fine di facilitare il superamento del conflitto stesso. Per questo consideriamo fondamentale unire gli sforzi di tutti coloro che desiderano realmente portare questo paese verso uno scenario veramente democratico, e specialmente gli indipendentisti-sovranisti. La nuova pratica dovrebbe partire dall’impegno di ciascun agente politico, sindacale o sociale ad essere partecipe di una dinamica il cui presupposto basilare sia l’accordo sui principi e contenuti di un processo basato nel dialogo, la negoziazione e l’accordo politico

Lo vede fattibile?

Assistiamo con una certa preoccupazione alla ripetizione di vecchie ricette basate su una scarsa disponibilità a impegnarsi direttamente, come abbiamo visto negli ultimi tempi.  In ogni modo giacché quando parliamo di nuova pratica politica pensiamo anche alla stessa sinistra abertzale, diciamo che la nostra attitudine non sarà quella di parlare senza concretizzare nulla, né quella di parlare agli altri senza prendere impegni in prima persona. Lavoreremo in umiltà sapendo che siamo una parte di un settore sociale e della rappresentanza politica, sindacale e sociale che -così come la stessa sinistra abertzale- desiderano un nuovo quadro democratico per Euskal Herria.

E qual è la strategia del governo spagnolo?

La retata del 13 Ottobre risponde alla strategia del nazionalismo spagnolo, dominato dal PSOE e dal PP, di ricercare la sconfitta dell’indipendentismo basco; poiché sanno che se Euskal Herria avesse nelle sue mani il diritto all’autodeterminazione presto o tardi opterebbe per l’indipendenza. E se riconoscessero questo diritto a Euskal Herria, dovrebbero riconoscerlo a altri soggetti politici e sorgerebbero nuovi stati. E questo è ciò che vogliono impedire ad ogni costo. Il nazionalismo spagnolo oggi come oggi è antidemocratico nei confronti di Euskal Herria, e non esita a utilizzare qualsiasi mezzo per continuare a imporre la sua politica di stato. L’alleanza strategica di UPN-PSN e PSE-PP nn è altro che un’espressione di questa strategia. I promotori della retata vogliono evitare qualunque cambiamento che superi il loro schema di riforma statutaria, che altro non è che cosmetica politica affinché il quadro di fondo resti lo stesso.

Come crede abbiano reagito a questa retata gli osservatori internazionali?

Non c’è dubbio che fondazioni, associazioni, mediatori e osservatori che intervengono nel processo i quali abbiano come finalità il superamento del conflitto, hanno visto da vicino innumerevoli casi di compressione di diritti, ma ben poche situazioni come quelle che avvengono in uno stato sedicente democratico come quello spagnolo. Nell’ambito internazionale non è ammissibile che si imprigionino militanti di organizzazioni politiche per il fatto di svolgere un’attività protetta dalle dichiarazioni dei diritti umani, civili e politici universali. Un’altra questione è se si alzino o meno dichiarazioni di protesta nonostante si riconoscano tali barbarie. Per quanto riguarda i mediatori e osservatori che intervennero nel processo negoziale degli anni 2005-2007, essi hanno una conoscenza dettagliata della realtà che si vive nel Paese Basco, poiché la seguono da vicino e avranno la loro opinione su un fatto come la retata del 13 che certamente susciterà molta preoccupazione.

Lo dice con molta sicurezza…

Il fatto è che bisogna sottolineare che l’Unità Popolare ha trasmesso loro il documento, esponendo i presupposti politici e allo stesso tempo la volontà di aprire un nuovo ciclo politico in Euskal Herria, con la risoluzione dei nodi di fondo del conflitto politico.

Può spiegarsi meglio?

Questa attitudine è la conseguenza dell’impegno preso da Batasuna con il gruppo di mediatori e osservatori dei due tavoli paralleli che si svolsero nel Maggio 2007 a Ginevra. In quella riunione, I mediatori formularono e trasmisero a Batasuna e al PSOE, che erano parte del tavolo politico, una nuova base sulla quale poter articolare un possibile accordo politico. Batasuna accettò il piano e ritirò il suo documento politico. Il PSOE non fece lo stesso, perciò la possibilità di un accordo non poté concretizzarsi. Batasuna mostrò al PSOE la sua disponibilità a riprendere la negoziazione sulla base della proposta dei mediatori, e fece depositari costoro di una proposta che in futuro potesse servire per articolare l’accordo politico che il tavolo di Ginevra non poté raggiungere.

Quale sarà la risposta della sinistra abertzale a questo attacco da parte dello Stato?

Quella che resero pubblica i compagni e le compagne di Batasuna nella conferenza stampa di Baiona il giorno dopo gli arresti: la iniziativa politica della sinistra abertzale non si fermerà in nessun caso. Né lo Stato Spagnolo né nessun altro e per nessun motivo potrà far cambiare la linea decisa dall’Unità Popolare. Come altre volte, si saprà agire con responsabilità e in nessun caso volterà le spalle alla domanda sociale maggioritaria per aprire un ciclo che ci conduca ad un nuovo quadro democratico. ( fine parte II, continua. Link alla I parte )

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lunedì, novembre 16, 2009

Le conclusioni della Conferenza internazionale di Venezia
nelle parole del mediatore di conflitti


di Angelo Miotto, da PeaceReporter

Parla lentamente Brian Currin. Avvocato, mediatore dei processi di pace, ormai esperto nelle chiavi di risoluzione dei conflitti, dopo aver affrontato il caso sudafricano, esperto del conflitto cingalese e soggetto di riferimento per quello basco. In Euskal Herria ha speso diversi anni. I suoi occhi azzurri, profondi, scrutano la platea della Biblioteca marciana di Venezia. La sala è di medie proporzioni, separata dai visitatori occasionali, solo da un cordone. E così capita di vedere qualche testa che fa capolino e guarda incuriosita un gruppo eterogeneo, di baschi, curdi, mediatori e giornalisti, una ventina di ragazzi che prendono appunti.
La Conferenza internazionale processi di pace e risoluzione dei conflitti è arrivata al termine. Jone Gorizelaia, avvocata basca e personalità di spicco del movimento della sinistra basca, ha lanciato la nuova proposta per arrivare a un processo di pace. Sette punti importanti, pesanti e soppesati con cura, che danno una notizia importante nel quadro del confronto basco-spagnolo. Batasuna, o la sigla che verrà, ha scelto in maniera forte e consapevole: nessuna ingerenza esterna di violenza dovrà pregiudicare il prossimo processo, assunzione completa dei punti previsti dal senatore Mitchel, gli stessi che condussero in porto il negoziato irlandese.
Brian Currin ha parlato e ascoltato, ora viene chiamato a chiudere i lavori della Conferenza. Le parole sono scelte con cura, pronunciate con senso. Si capisce immediatamente che il significato del singolo sostantivo, aggettivo o avverbio, per uno che lavora sulla mediazione dei conflitti, ha un sapore e un'efficacia particolari.

(prosegue qui)
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articolo tratto da Infoaut.org, 15 Novembre 2008

Sinistra abertzale per la risoluzione del conflitto basco

Più di 110 persone rappresentanti della sinistra indipendentista basca si sono riuniti ieri a Altsasu (Navarra) per rendere pubblica in una conferenza stampa la propria scommessa politica, dando il primo passo verso un processo democratico già annunciato qualche settimana fa con la pubblicazione del documento di dibattito proposto da Batasuna.

L'atto celebrato ieri e alquanto insolito, data la sua dimensione, dove erano presenti più partecipanti che giornalisti -quest'ultimi sul palcoscenico mentre i vari rappresentanti seduti in platea- ha avuto come obiettivo presentare una dichiarazione condivisa dalla sinistra abertzale, seguita da 7 punti considerati i principi con i quali iniziare questo cammino verso una risoluzione del conflitto basco.

Nei "principi e la volontà" espressi in 3 fogli, si riafferma la propria posizione e l'intenzione di avviare un processo politico pacifico e democratico con il fine di raggiungere una "democrazia inclusiva" attraverso il quale il popolo basco possa decidere liberamente il proprio futuro. Nel testo si auspica oltremodo che tale processo democratico segua la strada percorsa nella risoluzione del conflitto irlandese e sudafricano. A tal fine vengono citati nella suddetta dichiarazione i principi del senatore Mitchell che contribuirono a formare il cammino verso una risoluzione del conflitto nell'Irlanda del Nord, nei quali le due parti erano compromesse a usare mezzi democratici e pacifici per risolvere questioni politiche.

Nonostante la sua decisione sia unilaterale, la sinistra indipendentista è cosciente che nello sviluppo di questo processo sono implicati diversi agenti politici con i quali è necessario trovare degli "accordi bilaterali o multilaterali", senza con ciò perdere di vista il ruolo decisivo che ha il mondo abertzale all'interno di questo processo. (l'articolo prosegue QUI)

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domenica, novembre 15, 2009

Paese Basco. La pace in sette punti

di Marco Santopadre, da http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/11/articolo/1844/

Non succede tutti i giorni di vedere seduti intorno a un tavolo personaggi del calibro di Brian Currin, avvocato sudafricano; Raymond McCartney, del
dipartimento Esteri dello Sinn Fein; Emine Ayna, presidente del Dtp, il
Partito che raccoglie i voti di molti kurdi di Turchia; Jone Goirizelaia,
avvocata e rappresentante della Sinistra Patriottica basca; e poi Irfan
Dundar, avvocato del leader kurdo Ocalan. Tutti chiamati a discutere di
"Processi di pace e risoluzione dei conflitti". Si sa, la guerra fa più
notizia della pace. Ma l'incontro che si è svolto nella Biblioteca Nazionale
Marciana di Venezia ha destato molto interesse. A discutere c'erano sia
rappresentanti di popoli protagonisti di conflitti attivi - i baschi e i
kurdi - sia personaggi che hanno avuto un ruolo centrale in trattative che
hanno condotto alla risoluzione - almeno parziale - di conflitti altrettanto
aspri e duraturi, come quello irlandese e quello sudafricano, attraverso una
via non violenta e dialogata.
«Il dialogo è l'unica strada possibile nella risoluzione dei conflitti e deve essere fra pari» è il principio attorno al quale è ruotato il dibattito, e che costituisce la base del lavoro concreto di personaggi come Brian Currin. Avvocato sudafricano bianco, fu chiamato da Mandela a presiedere la "Commissione per la pace e la riconciliazione" all'epoca della fuoriuscita dall'apartheid; dopo aver fatto da mediatore in Irlanda e Sri Lanka, sta ora sostenendo la proposta di pace avanzata dalla sinistra basca che si rifà ai cosiddetti "principi Mitchell" che guidarono le complesse trattative che portarono allo neutralizzazione dei gruppi armati lealisti e repubblicani e al ristabilimento di un certo grado di autogoverno per l'Irlanda del Nord. Il basco Arnaldo Otegi, incarcerato di nuovo da Madrid proprio mentre Batasuna si apprestava a rilanciare una road map per la soluzione democratica del conflitto, è intervenuto, seppur virtualmente, attraverso un video (lo stesso hanno fatto Gerry Adams e Nelson Mandela). "Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza
ingerenze, mediante l'uso di metodi esclusivamente politici e democratici"
dice Jone Goirizelaia proprio mentre nella località navarra di Altsasua un
centinaio di militanti della sinistra patriottica presentava una dichiarazione in 7 principi. La sinistra basca si impegna in modo solenne a "rispettare in ogni fase del processo le decisioni che, in maniera libera, pacifica e democratica, vengano adottate dei cittadini e dalle cittadine basche". Batasuna rilancia così di nuovo la palla in campo avversario chiedendo "la smilitarizzazione del conflitto, la liberazione dei prigionieri politici, il ritorno degli esuli politici, un trattamento giusto per tutte le vittime". 5 anni fa Otegi rendendo pubblica la proposta di pace denominata "Ora il popolo, ora la pace" concluse il suo intervento citando
Arafat: "la sinistra abertzale si presenta dinanzi allo Stato, al suo popolo
e alla comunità internazionale con un ramo d'ulivo in mano. Che nessuno lo
lasci cadere".
Ma ai baschi, così come ai kurdi, che propongono iniziative concrete di dialogo e si impegnano a rispettarne le decisioni, gli stati rispondono con la repressione. «Un dialogo tra pari è possibile solo quando l'esistenza di una realtà fino ad ora negata viene riconosciuta dalle parti in causa. Non ci possono essere precondizioni dettate dall'una o dall'altra parte per sedersi intorno a un tavolo negoziale» hanno avvertito i relatori di Venezia. "Come facilitatore nei processi di pace - afferma Brian Currin - plaudo a questa iniziativa del Centro Pace della città di Venezia. Per tutti questi anni il governo spagnolo si è dato un gran da fare a dimostrare che il conflitto non era di natura politica ma armata. Ci hanno creduto tutti tranne il Comune di Venezia grazie al quale oggi siamo qui, in Piazzetta San Marco, a discutere di questi temi. (...) Se il Governo di Madrid è davvero interessato alla pace ora ha a disposizione tutti i pezzi per ricomporre il quadro..." ha concluso Currin.

Di seguito i sette principi alla base del documento "Un primo passo per il
processo democratico: principi e volontà della sinistra indipendentista basca", presentato a Venezia e nel Paese Basco:
1. La volontà popolare espressa attraverso vie pacifiche e democratiche,
diviene l'unico riferimento del processo di soluzione democratica, sia per
sancirne la sua messa in moto che il suo migliore sviluppo cosi come per
raggiungere gli accordi che dovranno essere condivisi dai cittadini e
cittadine. La Sinistra abertzale, come dovrebbero fare il resto degli attori
politici, si impegna solennemente a rispettare ogni fase del processo
decisionale che liberamente, pacificamente e democraticamente adotteranno i
cittadini e le cittadine basche.
2. L'ordinamento giuridico-politico risultante, in ogni fase deve essere
conseguenza della volontà popolare e deve garantire i diritti di tutti i
cittadini e cittadine. Le cornici legali vigenti in ogni fase, non possono
essere freno o ostacolo alla libera volontà popolare democraticamente
espressa, ma devono essere bensì garanzia del suo esercizio.
3. Gli accordi da raggiungere nello sviluppo democratico dovranno rispettare
e regolare i diritti riconosciuti tanto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come nel Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali  e il Patto Internazionali dei Diritti Civili e Politici, cosi come altre normative internazionali concernenti i Diritti Umani, siano essi individuali che collettivi.
4. Il dialogo politico inclusivo, a parità di condizioni, diviene il principale strumento per raggiungere accordi tra le differenti sensibilità politiche del paese. La sinistra abertzale dichiara la sua totale volontà di essere parte di questo dialogo.
5. Nel quadro del processo democratico il dialogo tra le forze politiche deve avere come obiettivo un Accordo Politico risolutivo, che dovrà essere approvato dalla cittadinanza. L'accordo risultante dovrà garantire che tutti i progetti politici possano non solo essere difesi in condizioni di pari opportunità ed in assenza di qualsiasi forma di coercizione o ingerenza ma che possano materializzarsi se questo è il desiderio maggioritario della cittadinanza basca espresso attraverso i procedimenti legali idonei.
6. Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e
senza ingerenze, mediante l'utilizzazione di vie e mezzi esclusivamente politici e democratici. Partiamo dal convincimento che questa strategia politica renderà possibili i progressi in un Processo Democratico. Sud Africa e Irlanda sono, in tal senso, l'esempio.
7. Rinnoviamo il nostro impegno con la proposta di Anoeta. In linea con essa, si devono stabilire un processo di dialogo ed accordo multipartitico a parità di condizioni tra l'insieme delle forze del paese, che favorisca la creazione di un quadro democratico con il quale la cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente rispetto al suo futuro come deciso dalla volontà popolare. Questo processo,  deve basarsi sui principi del senatore Mitchell. Dichiariamo di assumere questi principi. D'altro canto, deve stabilirsi un processo di  negoziazione tra ETA e lo Stato spagnolo che contempli la smilitarizzazione del paese, liberazione di prigionieri e prigioniere politiche basche, ritorno di esiliati ed esiliate e un trattamento giusto ed equo delle vittime del conflitto.
Per tutto questo, riaffermiamo la nostra posizione senza riserve rispetto ad
un processo politico pacifico e democratico per raggiungere una democrazia
inclusiva dove il popolo basco, libero e senza intimidazione di alcun tipo,
determini liberamente il suo futuro.
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giovedì, novembre 12, 2009


La Sinistra Basca presenterà il suo programma a Venezia



La sinistra abertzale sta dibattendo una nuova iniziativa politica. L'interesse che questa ha suscitato in diversi ambiti internazionali la porterà a Venezia questo fine settimana. Inquadrata in una giornata di lavoro sulla risoluzione dei conflitti, l'avvocata jone Goirizelaia presenterà la nuova iniziativa mentre si proietterà un intervento di Arnaldo Otegi che interverrà sulla stessa proposta.

Parteciperanno inoltre Brian Currin, avvocato sudafricano, Raymond McCartney, deputato irlandese del Sinn Féin e Irfan Dundar, avvocato del leader curdo Abdullah Ocalan. Oltre al video di Otegi verranno proiettati gli interventi di Gerry Adams e Nelson Mandela e si presenterà la proposta di pace per il Kurdistán.

(Per il programma completo cliccare sull'icona in basso).PROGRAMMA_14_NOVEMBRE_IT

Altre info su http://www.ezkerabertzalea.info/


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lunedì, novembre 09, 2009

Intervista a Rufi Etxeberria - parte I

“E’ tempo di raccogliere il frutto di lunghi anni di lotta, senza lasciare che vada disperso”

Rufi Etxeberria è uscito di prigione lo scorso 7 Settembre e il 13 ottobre è stato di nuovo arrestato tra gli altri insieme a Arnaldo Otegi, Rafa Díez Usabiaga, Sonia Jacinto, Miren Zabaleta y Arkaitz Rodríguez, i quali sono tuttora in carcere.

 Iñaki IRIONDO- Rufi Etxeberria (Oiartzun, 1959) è un referente della sinistra abertzale. Non a caso è stato protagonista o testimone della sua traiettoria politica negli ultimi trent’anni. Ha avuto un importante ruolo nei prolegomeni dell’Accordo di Lizarra Garazi sulla spinta del Foro d’Irlanda prima dell’arresto – il primo della serie- dell’intera Direzione Nazionale di Herri Batasuna nel 1997; è stato uno degli interlocutori nell’ultimo processo negoziatore 2005-2007 ed è stato da poco detenuto dal giudice Garzon.

Come interpreti questa retata?

            L’operazione si produce quando ci troviamo alle porte di quello che potremmo denominare il momento culminante annunciato dalla sinistra abertzale per esprimere una offerta politica, con l’obiettivo di aprire un nuovo ciclo politico nel nostro paese. La retata e il provvedimento di Garzon pretendono di criminalizzare un’iniziativa che temono riceva un ampio appoggio sociale e politico, che vada al di là della stessa sinistra abertzale. Egli colpisce la sinistra abertzale, tuttavia vuole fare il vuoto attorno allo spazio sovranista-indipendentista affinché cada nella sfiducia, nella impotenza o nella rassegnazione. Per questo, dobbiamo tutti rispondere a chiunque voglia farci cadere nella rassegnazione che continueremo a lavorare come abbiamo fatto finora e se possibile con ancora più accanimento, per il raggiungimento di uno scenario democratico per Euskal Herria.

In questo senso si spiega la grande manifestazione di Donostia?

            C’era attesa per l’iniziativa che avrebbe presentato la sinistra abertzale, perché si presumeva che sarebbe giunta una proposta nuova per l’articolazione di una strategia in comune tra indipendentisti e sovranisti che aspirano a un cambiamento politico e sociale. Per questo in molti hanno interpretato la retata come una sabotaggio di questa scommessa e un tentativo di criminalizzare ogni azione politica che potesse ostacolare lo statu quo. La manifestazione è stata un’espressione di rifiuto verso la retata, ma questa marea umana è stata anche la punta dell’iceberg delle ansie di cambiamento che ci sono nella società basca, del desiderio di superare l’attuale situazione di blocco e di degenerazione dei diritti civili e politici e di aprire un nuovo spazio realmente democratico.

            Che giudizio dà la sinistra abertzale della mobilitazione, e come crede che sia stata interpreatata dal resto delle forze in campo?

            In primo luogo mi piace sottolineare la lungimiranza della maggioranza sindacale basca nel fare una lettura precisa del colpo che si intendeva sferrare con la retata, così come è stato chiaramente detto nel comunicato congiunto letto alla fine della manifestazione, e il coraggio e la decisione nel prendere il timone in un momento così delicato. Inoltre, intendiamo che la manifestazione è l’espressione viva di uno spazio sociale che vuole costituirsi come motore trainante per tutti coloro che siano disposti a percorrere un nuovo cammino, ovvero quello che porti al cambiamento politico. Le strade di Donostia sono state la viva immagine di uno spazio sociale plurale disposto ad unire forze, cosciente del fatto che una politica comune di lungo periodo può e deve essere parte di una strategia efficace che ci conduca al cambiamento.

E a partire da adesso?

            Buona parte dei rappresentanti delle differenti forze politiche, sindacali e sociali che parteciparono alla mobilitazione hanno motivato la loro presenza entro parametri che vanno ben oltre la risposta episodica, il che già di per sé stesso suppone un passo verso una direzione concreta. Speriamo che vadano verso la adozione di impegni nuovi per nuove dinamiche, che è ciò che chiede la parte sociale del nostro paese che aspetta un’azione politica alla altezza del momento tanto cruciale che attraversa il popolo basco.

            Si è molto parlato della presenza del PNV …

            Sarà il suo comportamento futuro a spiegare perché ha deciso di partecipare. In ogni modo non bisogna discutere molto per capire che stava nella manifestazione perché intuiva la nuova stagione politica che si avvicina, e essendo –come è- immerso in una traversata del deserto con una forte crisi interna e con gran debolezza politica, giacché non ha altro da offire che un autonomismo logoro e senza futuro, ha preferito partecipare alla manifestazione mostrandolo alla sua base sociale di fronte al PSOE e al PP. Sembra che anche il PNV ha letto la trascendenza politica della scommessa della sinistra abertzale e l’obiettivo di fondo della retata del PSOE. Adesso sta a loro aspettare le direttive di Rubalcaba e prendere la via verso uno spazio democratico che reclama la sua stessa base sociale.  ( fine parte I, continua)

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lunedì, novembre 02, 2009

QUANDO L'IMMONDIZIA EMERGE IRRIMEDIABILMENTE
di Julen Arzuaga giurista e membro di Giza Eskubideen Behatokia

(da Gara, 28 Giugno 2008, tradotto da Euskal Herriaren Lagunak - Firenze)

La repressione accumulata per lunghi anni, che lo stato spagnolo prova constantemente a nascondere, mettendo a tacere le sue cause così come i suoi effetti,riemerge sempre, trabocca più volte fuori da questo
occultamento,secondo la riflessione di Julen Arzuaga, "se non da sola, almeno con una piccola spinta di alcuni anonimi cittadini.

Mi viene in mente un episodio in cui Homer Simson cerca di nascondere sotto il prato del suo giardino tutta la spazzatura prodotta dalla sua nota famiglia.Fino a quando il giardino si satura. Quando prova a seppellire l'ultimo carico di rifiuti, li copre da una parte e PLOP!, dall'altra parte appare quello che aveva nascosto la settimana precedente. Il personaggio spinge in profondità la bicicletta arrugginita che è appene uscita fuori ma dall'altra parte del giardino esce fuori il televisore rotto seppellito giorni prima.

Lo stato spagnolo e tutta la sua struttura amministrtiva, hanno messo in pratica negli ultimi anni un sistema simile per nascondere l'immondizia, la miseria, il dolore generati dall'applicazione dei diversi meccanismi repressivi (di fatto tutti quelli di cui disponeva ), contro la dissidenza basca.
Ha preteso che questa dinamica contasse sulla più assoluta impunità mentre funzionava, per un periodo almeno,il nascondere le proprie vergogne sotto il prato del proprio giardino posteriore: le legislazioni
d'emergenza, i tribunali speciali, la guerra sporca, la politica del" tirare a ammazzare", la costante pratica della tortura, il costante inasprimento della politica penitenziaria, l'estenzione della definizione
di "terrorista" a qualsiasi attività pubblica e pacifica e in sostanza, questa sorta di "barra libre" della repressione che da tempo hanno inaugurato. Una dose altissima di sofferenza che ha previsto un
rabbrividente numero di perseguitati politici, numero che anche se si mettono in campo tutti gli strumenti del caso, risulta impossibile da nascondere.

Mezzi di comunicazione devoti al regime, si lamentavano del fatto che avevano poca presa sugli apparati internazionali, che gli rinfacciavano il proprio intoccabile stato di diritto (sottile ironia). Di sicuro, il
Relatore delle Nazioni Unite per la Tortura, Theo van Boven, realizzò un dossier demolitore contro lo stato spagnolo che quest'ultimo ha preferito aggirare e, per tutta risposta, ha calunniato l'esperto olandese
accusandolo di attingere a fonti terroriste.Nello specifico, il relatore ha paragonato il contesto spagnolo al regime argentino del dittatore Vileda, non tanto per la gravità dei fatti, quanto per l'atteggiamento delle
autorità spagnole, ossessionate nel negare l'evidenza. Così, difronte alla successiva richiesta del Relatore per la Difesa dei Diritti Umani nella lotta Antiterrorista, il finlandese Martin Scheinin non ha recitato
il copione assegnatogli previamente dalla stampa spagnola. Siccome le conclusione a cui arrivava - ricordando la pratica della tortura, il ruolo giuocato dall'Audiencia National e l'applicazione delle misure eccezionali - non piacevano ai loro referenti governativi, i responsabili della stampa optarono per nascondere le sue raccomandazioni e situarlo direttamente nel mucchio degli illegalizzabili: "Il Relatore dell'ONU non condanna l'attentato" titolava la stampa ultramontana, riferendosi alla sua
posizione pubblica difronte all'azione di ETA contro la caserma di Legutio. Le parole del dossier presentato dall'esperto, acquistano più valore che mai : "quando si comincia a scendere questa china si corre il pericolo di calpestare molti diritti".

Ma questa ostinazione a fare le cose "alla chetichella" non è propria solo delle autorità centrali. L'atto di solidarietà con le vittime del terrorismo organizzato recentemente nel Kursaal dal governo di Gasteiz
cerca chiaramente di applaudire alcuni e spedire altri nella catacombe della dimenticanza. Il così denominato da Ibarretxe "Piano per la Pace e la Convivenza" considera che l'unica violenza è quella del regime precedente al 1978 e quella di ETA. Perchè, interpretandolo in un'altra maniera, dovrebbe anche dare spiegazioni sulle responsabilità della sua polizia in relazione alla violazione dei diritti umani dei cittadini baschi.

In questo modo, si colloca comodamente al fianco di alcuni ma contro altri, questi altri che gli ricordano che non sono riconosciuti nella loro sofferenza, meno che mai considerati e, quel che è più grave, che non si adottano misure per evitare che questa pratica dolorosa si ripeta, sottolineando così l'incapacità delle istituzioni autonome di difendere i propri cittadini.

Coerentemente con questo atteggiamento, il Comune di Zizurkil, amministrato dall'apartheid dal PNV, ha cancellato con i voti del PSOE e del PP il nome della piazza dedicata alle vittime del terrorismo di stato Joxe Arregi e Jose Luis Geresta. Ma questa posizione non sembra essere sufficiente quando l'Audiencia National ha chiamato a dichiarare il sindaco di Arrigorriaga, anche lui del PNV, per aver voluto mantenere il nome alla piazza dedicata a Miguel Angel Benaran "Argala". Il PNV "si sporca i vestiti per non doverli
rimettere nell'armadio".

Ma noi cittadini e cittadine abbiamo assunto l'impegno, non privo di difficoltà, di scavare in modo deciso perchè l'immondizia della repressione esca in superficie. Alcuni, oggi sono sotto processo all'Audienza Nazionale a causa di questo lavoro nel procedimento 33/01 contro il movimento pro amnistia. Anche quì è arrivato il lungo mantello dell'occultamento : la presidentessa del tribunale, ha cercato di evitare che i testimoni della difesa rendessero pubbliche le loro esperienze di  vita in relazione alla repressione dello stato. Così, in modo più o meno altisonante, Teresa Palacios, ha interrotto le testimonianze dei torturati
Otamendi e Romano, i racconti di Edurne Brouard, Arantza Lasa e Carmen Manas in relazione alla morte dei loro familiari per mano degli apparati più sporchi dello stato. Goreti Ormazabal non ha potuto raccontare l'esecuzione di suo fratello Juan Mari ucciso dagli agenti della Ertzaintza ; si è ammesso appena che Andoni Txasko parlasse dei fatti del 3 marzo del 76 quando la polizia armata uccise 5 operai che stavano facendo un'assemblea in una chiesa di Gasteiz, rimanendo esso stesso ferito.
Maria Josè Campos,Kontxi Luna e Mattin Troitino, hanno potuto a mala pena descrivere le condizioni di vita che subiscono i loro familiari in prigione. All'ultimo di loro, la presidentessa del tribunale interruppe
l'esposizione dell'allegato incalzandolo dicendo che non raccontasse "film".

Questa ossessione a considerare la realtà un film e provare a nascondere le cause e gli effetti della repressione è stata tuttavia inutile. Il pubblico ministero stesso durante il processo, con la pratica della prova documentale, ha portato in tribunale rassegne stampa che dovevano essere lette pubblicamente e che descrivevano episodi di repressione e violenza di stato, con l'intenzione di mostrare il nostro atteggiamento nei loro confronti, come altre migliaia di persone. Atteggiamenti di protesta, di
gente che alzava la voce con l'unica pretesa di rendere nota questa realtà occulta, di far luce su questa. Questo, almeno per quello che abbiamo potuto vedere, perchè non abbiamo dubbi che le cloache dello stato hanno più di un meandro, curve e angoli ancora sconosciuti e ben più oscuri.

E' palese che l'immondizia accumulata in anni di repressione, in modo cocciuto, straripa più e più volte fuori dalle barriere di contenimento che, chi la vuole interrare, ha collocato. La miseria della repressione riemerge continuamente per ricordare allo stato la propria responsabilità. Per quanto questo stato, emulando Homer Simpson nel giardino di casa sua, pretenda liquidarla.

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categorie: repressione, sinn